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La foto
i racconti di gabbianella
PORTAMI SU
Jenny. Incontro a Firenze
FACCE COME FOCACCIA
TRENITALIA TI RINFRESCA
LA SQUADRA
TUTTO FINISCE,
QUALCHE VOLTA MALE
Non amo che i fichi che non colsi
frullini
INNO AL RE
OLIO AGLI SCAMBI
LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA
FORNITORI DELLA REAL CASA
Elina
PORTAMI SU
In Cina ci
sono un sacco di lavori interessanti che difficilmente trovereste in giro per l’
Europa. Ho scritto tempo fa dei pulitori di orecchie, che seduti sui loro
sgabelli, i piccoli attrezzi ben allineati, aspettano i clienti nei parchi in
qualche posto della Cina centrale. Ora vorrei dividere con voi le sensazioni di
un altro tipo di lavoro, qualcosa che vedo ogni giorno nel palazzo dove abito:
l'addetto all’ascensore. Non pensate a quei tipi che a volte potete ammirare
all’opera nei fiabeschi hotel dell’Occidente, qualcuno che se sta dritto in
piedi nella sua uniforme coi bottoni dorati e lucidati, in attesa di portare su
a i loro piani i ricchi ospiti. Vi sto parlando dell’addetto al nostro unico
ascensore del nostro palazzo qualsiasi, con il suo tavolinetto in miniatura come
una scatoletta in un angolo dell’ascensore già piccolo di suo, con la pila di
giornali quotidiani vende che vende a 5 mao alla gente che sale e scende. Questa
è la donna che garantisce che l'ascensore sia usato correttamente, e non ci si
vada a spasso, nossignore.
Ma il pezzo
migliore è che è fornita di un bastoncino fatto apposta per schiacciare i
bottoni, con una sfera di un qualche materiale morbido infilato a una estremità,
in modo da non deve allungare troppo il braccio per premere i tasti, ma può
rimanere seduta sopra la sua piccola sedia ed usare giusto il bastoncino.
Una scena
fantastica
Senza
parlare del fatto che l'ascensore si ferma soltanto a tre piani dei nostri 10:
il primo, l'ottavo ed il decimo. Ma a volte, quando lei si prende una pausa, o
forse schiaccia un sonnellino nel minuscolo ufficio al primo piano, col letto
duro giusto vicino all’ascensore, riusciamo a guidare l'ascensore e a premere i
tasti da soli. Gente, mi sento come un ribelle ogni volta che mi riesce di fare
il colpo !!
(traduzione di Strudel)
Jenny. Incontro a Firenze
Ovvero di come
Passera, in un pomeriggio di marzo, mi racconta cosa successe a Jenny in un
altro pomeriggio di marzo.
Passera – Eccoti finalmente, George.
George – Ma che accoglienza, entusiasmo cosi ti
voglio. Raccontami qualcosa di una tua antenata birbona, così ci faccio una
storia.
Passera – Dunque, gli
antenati miei sono tutti sbottonati.
Gorge – Oh.
Passera - Ma una in
particolare, la mia antenata birbona. Una
nonna.
Gorge - Siamo
nel ...?
Passera - 1900
G - 1900 a Firenze. Una signora?
Pa - Certo in famiglia siamo tutti
persone dabbene.
G – Mi avevi detto che siete birboni sbottonati,
ma non importa. Nonna, una signora, cappello di paglia di Firenze, prende il te,
è sposata, ma un bel giorno…
Pa – Si…
G - all'età di
.....
Pa - … 18 anni, trova un distinto signore
di età circa 23 anni che le sorride, le fa l'occhiolino
G - Un'altro ? ma non
aveva già un marito?
Pa – Nooo.
G – C’è stato un malinteso, porta il cappello di
paglia di Firenze, prende il tè, ma non è sposata.
Dunque abbiamo una ragazza per le vie di
Firenze, un signore di 23 anni le sorride.
Pa - Certo le ricambia il sorriso, abbassa la
faccia per vergogna.
G - Lei stava andando
a spasso ....
Pa - .. .. Lui le va incontro le bacia la mano.
G - Ragazzi veloci.
Pa - Le dice che i suoi occhi lo hanno colpito,
occhi da gazzella, (come i miei).
G – Mi piace questa cosa, però le guardava anche
il culetto.
Pa – Ma dai.
G – Occhi di gazzella timida e impaurita, che si
lascia baciare la mano stupita.
Pa - Certo.
G - Vai avanti
l'inizio è buono.
Pa - Si sono
innamorati, al primo sguardo.
G – Lo sai come vanno gli
incontri, se non è primo sguardo mai più
Pa – Proprio così.
G - Cerchiamo di
individuare la via dell’incontro, se ti riuscisse di trovare una cartolina del
tempo. Ora dove vanno, la accompagna a casa ?
Pa – No, in giro
per Ponte Vecchio.
G – La prende
sottobraccio e vanno verso Ponte Vecchio. Dovremo trovare due nomi per loro.
Pa- Lui le regala un fiore. Anzi glielo mette
fra i capelli
G – Si chiamava?
Pa - Lui Raffaello, lei Jenny
G – Jenny mi piace, ma Raffaello non si accorda,
vedremo come si sviluppa il racconto. Il fiore lo ruba o lo compra ?
Pa - Lo ruba. Lui era militare, soldi
pochi.
G – Si chiamava Jenny, parenti inglesi?
P -. No, niente parenti inglesi.
G - Soldato?
tenentino?
Pa – Sì.
G -Si cosa? tenentino?
Pa – Credo soldato, non so.
G – Soldato in
divisa ?
Pa – Certo. E lei
un vestito color rosa alle caviglie.
G - Tira a baciarla da
qualche parte? che ore sono, che mese è ? e che giorno, festa ? Jenny non
deve fare tardi, suppongo.
Pa – Era di Marzo,
le ore non so ma certo prima di sera. Si baciamo il giorno dopo, alla stazione
dove lui va per prendere il treno.
G – Il soldato ritorna
in caserma.
Pa – E sì.
G – Non ci sono guerre in giro ? giusto? Mi hai
detto che siamo nel 1900.
Pa – Si, purtroppo c’è la Grande Guerra. Sono
stata imprecisa, è il 15/18.
G – Lui va al fronte. Si dimenticano? Sono
sempre pessimista quando si tratta di donne. Ma certo Jenny era diversa.
Pa - Si scrivono, si ritrovano, si sposano.
Nascono due figli maschi
G – Calma, dove si
ritrovano? Mi stai uccidendo il racconto.
Pa – Uffa. Nel marzo 1915 si conoscono. Si
ritrovano a Firenze, nel settembre. L'anno dopo si sposano a primavera di
aprile. Nascono due figli.
G – Finito? niente lettere nel baule?
Pa - Nel 1916 si sposano. Nasce mio padre. Nel
1917 torna a casa in licenza e lei rimane incinta di nuovo. Nasce mio zio nel
1918. Ma lui non torna più.
G - Si può fare un raccontino sul primo
incontro. Certo se tu avessi le lettere, un diario.
Pa – No, quello che so me lo raccontò mia nonna.
Le cose scritte sono andate perdute con le guerre
G - E così sei
senza nonno.
Pa – Eh, sì. Ci
sono nata senza nonno.
G - Si può fare un raccontino sul primo
incontro. Vediamo, tu sei Jenny.
Pa – Si
G - Jenny appartiene a quale classe ? piccola,
media, alta borghesia?
Pa - Diciamo media. La famiglia ha due calessi.
Due calessi era tanta roba.
G - Jenny ha fatto le scuole?
Pa - Mio nonna si, dalle suore. Non so che fino
a che classe ha fatto.
G - Sono le cinque
di un meriggio di marzo, Jenny esce a vedere i negozi, oppure va da una amica.
Cosa pensa una fanciulla di 18 anni nel 1915 a marzo?
Pa - Ma che bella
giornata di primavera.
G - Secondo me Jenny ha qualcosa d'altro in
testa.
Pa - Esco per trovarmi da sola con i miei
pensieri, con i miei problemi, con il cuore alla guerra. Poi ho voglia di
sedermi. sul lungo fiume.
G – Ma tu sei di buona famiglia, non hai
problemi Jenny. Esci da sola, ma nel 1915 è ammesso per una fanciulla
per bene?
Pa – Beh, mettiamola così. Per chi sta in
centro si, magari per una commissione. E una se la prende larga.
G - Ma forse mentre passeggi hai un modo morbido
di muoverti, qualcosa nel viso, un profumo, non dico che lo fai apposta
Pa - Forse sono un po' civettuola, e in giro ci
sono i militari, tanti bei ragazzi. Enny ha i fratelli al fronte, pensa a loro,
ma scaccia i pensieri quando il soldatino la guarda.
G - Avrà avuto i
baffi?
Pa – Cavolo.
G - E ora Jenny fa quello che fanno a 18 anni le
fanciulle di media borghesia a Firenze, cerca marito. Probabilmente era troppo
sorvegliata per avere un'avventura.
Pa - In programma c'era già qualcuno delle
colline di Firenze. Ma lei evidentemente non voleva.
Pa - Ehi, George, ma poi mi dai la percentuale
sui diritti di autore di questo racconto.
G - Farò di meglio. Mi vestirò da soldato e ti
verrò incontro. Magari meglio vestito da generale per essere credibile. Tu sei a
Ponte Vecchio con le amiche a comprarti un paio di scarpe, arriva un generale e
ti fa l’occhiolino. Mi sono sempre chiesto come passerebbero il tempo le donne
senza i negozi di scarpe, magari ne parliamo.
Pa – No, verrai vestito da tenentino.
G- Ma la gente per strada mi prenderà in giro,
ai fiorentini poi non sembrerà vero di avere un’occasione. Mi pare di sentirmeli
dietro le spalle. Ma come mai gli è ancora tenente? O chissà cosa avrà
combinato.
- Che te importa.
G- Adesso torniamo a Jenny. La famiglia aveva
trovato un tizio da dargli in marito. Ricco? troppo grande per lei? Un
funzionario del governo?
Pa - Qualcuno che aveva possedimenti sulle
colline. Qualche ettaro di terra.
G - Ma lei si dovette sposare perché era
accaduto l'irreparabile ? i suoi avranno piantato storie
Pa – Nooo. Si
sposò a settembre quando lui torno dal fronte in licenza. Senza complicazioni.
Andò contro i volere dei suoi.
Pa – Si sposarono
a Firenze, alle sei di mattina.
G - Un’ora
insolita, forse per via della famiglia che era contraria e voleva un matrimonio
quasi di nascosto, forse Jenny voleva tutto il giorno per se.
Pa – Presero un
calesse e andarono a Pisa, in una pensioncina.
G - Jenny era tosta e decisa
Pa - Come me.
Passera poi mi ha raccontato cosa
fu di Jenny dal momento in cui non ricevette più lettere dal fronte. Jenny era
una donna che non sa dimenticare, neppure per un’ora. Nessuno può dire come fu
davvero la vita di Jenny da allora, perché la portava nascosta dentro di se.
Avrei voluto conoscere Jenny, l’avrei convinta che si può vivere un’altra vita
senza dimenticare la precedente, anche se questo ci fa essere in lite con noi
stessi in modo orribile. Credo che Jenny avrebbe capito, ma le cose sono andate
in un altro modo._
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BANCA TURCA
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LA SQUADRA
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OLIO AGLI SCAMBI
LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA
FORNITORI DELLA REAL CASA
La Principessa e il Ranocchio
impaziente
Favole
La Principessa e il Ranocchio
impaziente
-Allora ti decidi a baciarmi, si o no?
Disse il Ranocchio alla Principessa.
Ma la principessa sbuffò come una caffettiera
ed alzò le spalle.
-Stamattina ho le labbra screpolate, non è
prudente toccare la tua pelle viscida.
-Sono mesi ormai che rinvii con ogni pretesto.
Cosa faccio io qua, devo rimanere Ranocchio?
-Ma di che ti lamenti? Ti ho messo nel
giardino vicino alla vasca dei pesci rossi. Hai sole, foglie di ogni tipo, una
canna su cui dondolarti. Fai una vita da signor Ranocchio, dai retta a me.
Cambiare è sempre rischioso. Da Ranocchio a Principe poi, figuriamoci.
-Ma sei impazzita? Io me ne stavo con i miei
laggiù nello stagno. Mi hai fatto mille promesse per convincermi a venire qui.
Non te lo ricordi come mi dicevi? ‘E io ti bacerò bel Ranocchio, ti farò
diventare un Principe, avrai il tuo cappello con le piume, la spada al fianco.
Vivremo felici e contenti ’. Felici un corno, oltretutto l’acqua dello tua
fontana non è neanche putrida, non te lo volevo dire, ma mi ci costringi.
-Ma che storie inventi, Ranocchio. Se stato tu
a chiamarmi, nascosto sotto una foglia nelle stagno, con quella tua vocina da
legnetto che si spezza. Crik, crik, crak, crak, oh principessa baciami ti prego.
-Giustappunto, ti chiamavo per essere baciato,
non per essere trascinato qui come un balocco. Io sono un Ranocchio, non un
gatto di casa. Noi ranocchi, siamo una specie selvatica, lacustre.
-Smettila di lamentarti e di chiedere sempre.
Sei un ingrato. E io che stavo pensando di iscriverti alla gara di salto. Pensa,
se vinci sarai premiato dal Re in persona. Il re ti metterà a capotavola con una
coroncina in testa, magari ti assegna anche un piccolo vitalizio. Tornerai da me
vincitore, mio piccolo eroe.
Il Ranocchio si sente gelare. Sono queste
dunque le Principesse. Donne egoiste, bugiarde, astute. Il povero Ranocchio si
sente perduto, prigioniero per sempre. Mai avrebbe dovuto lasciare lo stagno, il
crepitio della canna verde che cresce veloce e solo a pochi è dato di udire nel
fondo della notte, le larghe foglie umide e fangose, e tutti i mille canti delle
creature che si contrappongono al tramonto. Alas, egli ha lasciato tutto questo
per uno stupido giardino ritagliato con le forbici. Tradito dall’ambizione.
-Quando mi bacerai, dunque?
-No so, domani, devo riflettere. La tua
continua insistenza mi infastidisce.
Ma la Principessa, ha ormai preso la sua
decisione, non lo bacerà mai. Ella ha bene in mente le lettere delle
principesse sue amiche, sono piene di lamentele sui principi. Aspasia di
Curlandia non fa che piangere perché il suo scende sempre nelle cucine a
trastullarsi con le cuoche. Gonerilla di Scozia è piena di lividi, per le botte
che prende dal suo ogni volta che spende un centesimo. Sarebbe davvero una
imprudenza senza giustificazioni baciare questo Ranocchio e tramutarlo in
Principe.
FORNITORI DELLA REAL CASA
Gennarino
Esposito mente, recita, ma senza andare sopra le righe. D'altra parte nel
quartiere lo dicono tutti. Gennarino era nato per fare l'attore,lo sbaglio suo è
stato di mettersi nel laboratorio di donna Amalia.
Il fatto
-Signor giudice, come ve lo devo dire, Quella notte infame,
saranno state le due, mia moglie ha cominciato a scuotermi, si sentivano rumori
in casa. Io tengo il sonno profondo. "Prendi la pistola nel comodino e vai a
vedere", mi ordina mia moglie . Era stata donna Amalia stessa, mia suocera, a
insistere perché imparassi a usare un'arma. Noi le stoffe di gran pregio le
teniamo in casa, non in laboratorio dabbasso. E' lana del Sud-Africa selezionata
apposta. Il laboratorio Amalia Benincasa fu Antonio dal 1812 serve Casa Reale, i
nostri migliori clienti a Napoli sono un ramo collaterale dei Borbone, ma viene
gente da New York.-
Il giudice apprezza la recita,purtroppo deve fare il suo
lavoro. scuote leggermente il capo, trasmette segni di insofferenza a Gennarino,
il quale recepisce e stringe.
-Mi alzo col cuore che sbatte, la mano tremante prende la
pistola dal comodino, tremo a ogni mio stesso minimo respiro. A piedi scalzi mi
avventuro per il corridoio, un cauto passo dietro l'altro. Ancora strani rumori
dimostrano la presenza di un estraneo in casa. Che dovevo fare, signor giudice.
Un ladro, me ne sarei voluto scappare, nascondermi sotto il letto, ma chi la
sentiva poi donna Amalia Benincasa se non difendevo la sua roba. Destino vuole
che in quel momento sotto in strada passa un tir, i grandi fari illuminano il
corridoio per una finestra. Un'ombra mostruosa si proietta sul muro, sento come
un grugnito orribile, una mano gigantesca si leva a minacciarmi, la pistola
spara da sola e Amalia Benincasa non c'è più. -
Un singhiozzare dirotto segue alle ultime parole. Gennarino
Esposito si accascia affranto, le mani alla testa, ma trova la forza per
riprendersi.
-Signor giudice, quella donna mi aveva dato tutto, la figlia,
la casa, il laboratorio di famiglia, tutto.-
-E barili di fiele da bere ogni giorno, compreso i festivi.-
Pensa il giudice.
Nel quartiere lo sanno tutti, non c'è giorno che si levi il
sole senza udire le parole di donna Amalia. Al mercato, a casa delle amiche,
ovunque ci siano orecchie si leva la sua voce.
-Quel disgraziato lo abbiamo preso dalla strada coi buchi
nelle scarpe. Deve rigare dritto, altrimenti sulla strada lo rimettiamo, a fare
Ciacco e Sparo.-
Le ultime parole stanno a significare Shakespeare, riferite
alle qualità drammaturgiche di Gennarino.
Nel quartiere nessuno si è presentato a testimoniare a sfavore
di Gennarino. La moglie è apparsa, stretta tra due avvocati, ha dovuto
scegliere, o vendicare la madre o tenersi un marito. Ha scelto il futuro, come
darle torto. Chi avrebbe mandato avanti il laboratorio di giorno? chi le avrebbe
tenuto compagnia la notte? E sopratutto chi se la sarebbe presa, con quei
fianchi sempre più larghi, a cui Gennarino per necessità o abitudine si era
affezionato. Chi le avrebbe dato quel fremito di piacere tirandole giù le
mutande nel gran letto coniugale, sussurandole 'Vogliamo vedere le tenere
rotondità di questa bella bambina?'
Amalia Benincasa d'ora in avanti il caffé alle due di notte se
lo sarebbe preso in paradiso, magari lo facevano buono.
L'aula del tribunale si riempie di sole. il giudice sbircia
l'orologio, si fa ancora a tempo per una passeggiata prima di pranzo. Questo
processo è inutile, la legge parla chiaro, Gennarino ha agito per legittima
difesa della casa, dei beni, della famiglia, della stessa sua persona. Assolto.
LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA
-Madre mia, ho perso la testa.- La principessa è davvero disperata.
-Vuoi dunque condurci alla rovina, figlia mia disgraziata? Non sai che sei
destinata al Rajah di Banga-loor? Faremo uccidere l’uomo che ti ha lusingata.
Dimmi subito il suo nome. Uno dei servi che ti accompagna al mercato? Un
mercante straniero di tappeti ? -
-Madre mia, allora voi non capite? Io ho perso la testa. –
La madre sorride sprezzante. – Ci penserò io a fartela ritrovare, non devi
stare in angoscia. E adesso devi dirmi dove è successo.-
-E’ stato al lago, madre mia, le mie amiche mi hanno preso sulla loro barca,
mi è parso di sentire il guizzo di un pesce.-
-E dunque? Chi è arrivato?
-Nessuno è arrivato. Mi sono voluta sporgere per osservare l’acqua, ma ho
visto solo il mio riflesso senza la testa. –
Questo è l’inizio della storia della principessa disperata perché non riusciva
a vedere la sua testa e pensava quindi di averla persa. La famiglia e tutti i
servi la rassicuravano, tutti potevano vedere i suoi riccioli come trucioli
d’oro. Ma ella non smetteva di disperarsi. “Dite così perché siete la mia
famiglia.” Le misero uno specchio davanti inutilmente. “E’ solo un ritratto.
E’ una testa, ma non è la mia testa. Non diventerò regina, dove metterei la
corona?"
(continua)
OLIO AGLI SCAMBI
La ragazza Ileana dava tutti i giorni l’olio agli scambi dei
treni alla Stazione di Genova Brignole, nella sua tutina da manovale. Ci
dovrei scrivere un racconto, ma non so altro. Riguardo a Ileana non dovete
immaginare una di quelle donne sovietiche ferroviere che si portano dietro in
mano un barattolo enorme pieno d’olio e sembrano fatte di ferro come la
locomotiva. Ileana è tonda, morbida, coi riccioli d’oro. Non pensate che sia
fosse una cosa facile dare l’olio agli scambi. Prima bisogna spennellare da un
lato, poi telefonare al capo-stazione per fagli scattare lo scambio, e quindi
spennellare dall’altro lato. La responsabilità era enorme. Mettiamo che una
scambio non si aprisse all’arrivo del treno lato monte, la locomotiva si
portava dietro tutti i passeggeri al lato mare.
Ma il progresso avanza, adesso al posto dell’olio si usa un
grasso lubrificante che dura un mese.
Dove è finita IIeana? E perché dovrei dirvelo?
Ci teniamo in contatto.
INNO AL RE
I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e
lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche
delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si
leva dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E'
appena terminato il cor ' O mia patria si bella e perduta ' . Le bianche uniforme
degli ufficiali austriaci a un cenno imperioso si dirigono verso le uscite del
Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re
d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità
d'Italia, la cacciata degli austriaci, ed è per questo che i fazzolettini
ricamati sventolano verso il podio. Per la verità, dietro a un ventaglio due
occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che appena
si volta, e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, pare sventolare dalla parte sbagliata.
Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante, si
inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono
imprevedibili.
-Il Maestro suona dove il baiocco tintinna. - La memoria va a
quel 1848, quando la Corte di Ferdinando di Borbone delle Due
Sicilie gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. - Un gran
re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio piemontese, che
di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che
almeno questa Unità d'Italia ci toglie di mezzo lo stato pontificio con preti e
monache. - Questo pensa il Cigno di Busseto sorridente al pubblico.
FRULLINI
FRANK AVEVA VENDUTO TUTTI I FRULLINI A ENERGIA SOLARE PRIMA DI VENERDi'. PER
QUESTO ERA TORNATO A CASA. Ora Frank se NE STA A GUARDARE IL COCCODRILLO
ADDORMENTATO sul suo letto, QUANDO SENte LA VOCE DIETRO DI SE.
-TOGLITI CHE LO AMMAZZO .-
Il coccodrillo si contorce, si afferra il testone verde con le
zampotte anteriori e se lo svita. Appare Philip, metà coccodrillo e metà
marito di Gloria, la biondina col fucile.
Da parte sua Frank non perde tempo a farsi troppe domande, non si chiede cosa
ci faccia il suo vicino nel suo letto dalla parte dove di solito dorme sua
moglie, ma si muove di lato per permettere a Gloria di prendere la mira.
-Spara Gloria, mira alla testa, altrimenti potremo avere storie col noleggio
dei costumi.
-Non preoccuparti per questo Frank, lo sai che vinco sempre il primo premio
alla gara di tiro, nel Giorno del Ringraziamento.
La testa di Philip scivola nel costume, ora è un coccodrillo senza testa.
Gloria esita divertita..
- Vieni fuori Philip, Suppongo tu voglia darci una spiegazione.-
-Come mai sei qui?- dice la voce dentro al coccodrillo.- Non
dovresti essere in Florida alla riunione annuale delle Figlie di Satana?-
-Avrei dovuto, infatti. Ma una hostess a sentito un fischio da
un motore al decollo. E ora se vuoi spiegarci come mai hai cambiato stanza da
letto, prima che spari.-
-Posso spiegare tutto io.-
Gloria e George si voltano a guardare l'ippopotamo che cerca di
salire di corsa i gradini dall'ingresso alle camere superiori.
-Posso spiegare tutto io.- Insiste l'ippopotamo in affanno.
La canna del fucile di Gloria passa dalla linea del coccodrillo
a quella dell'ippopotamo, il quale appare in evidente stato di agitazione,
mentre si tira la coda con forza e si scuote.
-Metti via quel dannato fucile. Sono io, Beth, dentro
l'ippopotamo, piuttosto tiratemi la coda, a quanto pare é così che si apre la
lampo. -
(continua)
LA SQUADRA
La squadra di piazza Prati degli Strozzi
non era molto famosa, anche se per qualche mese ebbe perfino un allenatore.
Questo allenatore, un ragazzo tra i mille con una breve stagione di illusioni
in una squadra vera, si chiamava Santoni, non dimenticatelo è importante. Il
portiere della quadra si chiamava Capoccia e un giorno con grande sufficienza
se ne andò a fare un provino di cui non parlò mai, ma per vie traverse si
seppe il giudizio ‘Tozzo, privo di scatto e di presa’. Mi pare che noi
giocatori avessimo la maglia dell’Inter, ma forse alcuni l’avevano e altri no,
tanto in campo ci si conosceva,
Per il posto di terzino sinistro eravamo
in competizione in due, io e Roscio Malpelo. Roscio rosicava per fregarmi il
posto e uno giorno toccò il fondo dello squallore.
-Santoni, Santoni, mettiti in ginocchio e
leccaci i ciglioni.-
Spia lurida. Il Roscio indicava me come
autore del versetto, mentre tutti noi eravamo raccolti in gruppo a sentire la
lezione dell’allenatore.
Avevo chiaramente doti letterarie innate,
ma negai tutto, facendomi più piccolo e trasparente di quanto allora non
fossi.
Roscio Malpelo Schizzaveleno non sai che
il destino punisce il malvagio.
La domenica seguente eravamo invitati a
giocare col San Giuseppe. Capoccia, il portiere titolare, era assente, forse
era andato al mare con la famiglia. In porta fu costretto a giocare Renato, il
centravanti, che non ne voleva sapere e secondo me per la rabbia qualche volta
si scansò per far entrare i pallone in rete. Il primo tempo finì 3-1 per il
San Giuseppe, la mia prova fu di carattere, allora non c’erano le lenti a
contatto e facevo la mia figura con gli occhiali, fino a quando non me li
rompevano. Roscio Malpelo implorò e pianse per poter entrare al mio posto nel
secondo tempo, ma Santoni fu irremovibile nonostante io perorassi la causa
della serpe.
Alla fine perdemmo 7-1 , un risultato
onorevole considerato che noi si giocava fuori casa e privi del portiere
titolare.
Tempo dopo io e il Roscio trovammo un
miserevole portafoglino in terra, con qualche centinaio di lire. Ce ne andammo
al cinema e credo che il Roscio si sia tenuto il portafogli.
TUTTO FINISCE, QUALCHE VOLTA MALE
Se
c’era una maledetta cosa che funzionava nel sistema giudiziario italiano
era la giustizia sportiva. Era un sistema indipendente, efficiente, senza
cavilli mille appelli e orpelli. Senza traffici, imbrogli e dilazioni di
avvocati furbastri.
Investigatori, accusatori e giudici erano specializzati e sapevano cosa fare. Lo
facevano rapidamente e con efficienza.
Poi
arrivò la tv, poi arrivarono le scommesse, poi le società di calcio diventarono
società per azioni, arrivò la pay-tv. Il gioco del calcio non è più un gioco, è
un business. Centinaia di milioni di persone nel mondo pagano per vedere la
Champions League con la pay-tv. Il giorno dopo la partita milioni di marmocchi
cinesi, europei, indiani, americani strepitano per avere la maglietta della
squadra vincitrice. Prima che si batta il calcio d’angolo la rinomata ditta di
pastiglie per la gola ha aumentato la sua quota di mercato con uno spot di
quattro secondi in tv. Un fiume di soldi ha travolto la giustizia sportiva, che
conta poco o nulla. Il campionato di calcio si decide nelle aule dei tribunali
ordinari. Andrà sempre peggio. Prima o poi qualche centravanti, mi scuso qualche
punta, farà causa all’arbitro che gli nega il rigore.
Andrà
sempre peggio.
E’ in
arrivo la fotocamera tra i pali della porta. Addio alle discussioni per decidere
se la palla è entrata. Ci sarà un hacker in grado di creare il finto gol
digitale?
Andrà sempre peggio. Unica
soluzione creare un secondo campionato senza tv, un campionato di calcio
classico distinto dal campionato commerciale, nel secondo ognuno faccia quello
che gli pare, col primo ci vogliamo divertire.
Quando Diego Armando
Maradona tira l'ultimo calcio di rigore finisce il gioco del calcio. Certo,
ancora si tirano calci su tutti i campi dal Perù alla Norvegia, ma il bel gioco
é finito. Ogni arte ha la sua epoca. I russi scrivono ancora, ma
l'ultimo grande scrittore russo h deposto la penna a fine '800. Hal Barks guarda sorridendo il
suo ultimo disegno e finisce l'epoca d'oro di Paperino e zio Paperone. Ci
saranno ancora Stanllio e Ollio. No, impossibile: Hollywood ha avuto il suo
tempo e il suo luogo. E la grande fiamma dell'Opera
Italiana? Spenta per sempre.
Presto vedremo i campi di calcio
in plastica. Le ragazze pon-pon suoneranno la trombetta per fermare il gioco ed
entrare in campo: pubblicità dello sciroppo. Gli spettatori saranno pagati per
riempire gli stadi e il regista della tv li comanderà: insultare, applaudire,
fare la ola, invadere il campo. C'era una volta il gioco del calcio e non si
potevano sostituire i giocatori infortunati. Quando si infortunava il
portiere, tra la disperazione dei tifosi e la vergogna degli avversari, il
centravanti indossava la maglia nera col numero uno. Tra grandi applausi
il portiere si avviava agli spogliatoi e il centravanti a difender la porta. Il
massimo del brivido si poteva ottenere quando poco dopo si fosse azzoppato un
terzino avversario. Il difensore veniva spedito all'ala sinistra ove se ne stava
trascurato. Troppo trascurato. Ecco che riceve un lungo lancio in contropiede di
alleggerimento, riesce a stoppare col petto, percorre come Milziade i
cinquanta metri che lo separano dalla porta, segna il primo e ultimo gol della
sua carriera. Questo era il gioco del calcio e voi che non lo avete visto non
sapete cosa è la gioia di sognare. _
Non amo che i fichi che non colsi
Far cadere i fichi dall’albero del vicino nella tua parte è un
lavoro che richiede pazienza, solitudine e animo giocondo. Mentre è intento a
quest’opera delicata con un suo rampino benedetto, frà Girolamo Pezzotta vede
con lieve disappunto che Filippo e Maria sono entrati in convento e si
dirigono a lui.
-Ma che bravi figlioli, venire da questo povero frate, avete
fatto benissimo, che nuove ci portate?
-Diglielo tu, Filippo.- Maria si nasconde timidamente dietro
alle sue stesse parole.
-Frà Girolamo, noi due ci vogliamo sposare. – Dice Filippo
deciso.
Il buon Francescano dimentica i fichi che non colse e leva al
cielo le braccia.
-Figlioli, non sapete che gioia portate a questo saio
rattoppato. Ormai qui non bussano che coppie di finocchi e finocchie.
Pretendono da noi poveri frati il santo sacramento del matrimonio.- Fra
Girolamo china il capo, si batte il petto. Mea culpa, mea, mea maxima culpa.
-Bene, bene, dunque vi volete sposare qui al nostro convento, E
quando lo vogliamo celebrare questo matrimonio?-
L’orto dei francescani si riempie d’improvviso silenzio. I tre
si guardano l’un l’altro.
-I matrimoni sono due, frà Girolamo. – Filippo rompe il
silenzio, volgendo lo sguardo distratto all’albero dei fichi.
-Due matrimoni? E chi sono gli altri sposi, li conosciamo? –
-Adesso parla tu.- Dice Filippo a Maria.
-Frà Girolamo io ho avuto molte esperienze con ragazzi e
ragazze, molte delusioni, - comincia Maria simulando una imitazione di
pentimento.
Ma il nostro francescano è lesto a interromperla.
-Ma ora hai conosciuto questo bravo ragazzo che sa tutto e
perdona, non pensiamoci più.-
-Anche io ho fatto esperienza con molte ragazze e ragazzi,-
Filippo si è fatto coraggio, parla precipitoso.
-Ma infine hai conosciuto la tua Maria, vi siete confessata
ogni cosa, avete compreso di esser fatti l’uno per l’altra.-
Frà Girolamo si passa la mano sulla fronte. L’oscuro Medio Evo
delle anime si è aperto e non si vede la fine.
Ma parla ancora Filippo. -La questione è diversa, come abbiamo
detto i matrimoni sono due.-
-Due matrimoni? Ho capito, tu sposi un’altra e lei un altro. Ma
chi sono dunque gli altri due sposi?-
-Diglielo tu, Maria, magari sai spiegarti meglio. Le donne sono
pratiche. -
Maria si stringe le mani. –Non ci sono altri sposi, io sposo me
stessa e Filippo sposa se stesso. Alla fine si è capito che le unioni con
un’altra persona, maschio o femmina, non reggono. Abbiamo pensato di fare una
sola cerimonia per risparmiare sulle spese.-
Frà Girolamo raspa la terra col sandalo, ma perché la terra non
si apre?
Maria è un torrente. -Pare che potremo avremo gli assegni
familiari, ognuno i suoi. Da sposata è più facile comprare l’auto a rate. E da
sposata con me stessa compro l’auto che mi pare e piace. L’avvocato ha
promesso di trovarmi un bambino negro, quando i documenti sono tradotti.-
Ma frà Girolamo non ascolta, sta tornando all’albero dei
fichi. Dov’era quello nero a strisce verdi? Eccolo. Il rampino riappare con
arte magica nella mano del frate. Poche scosse leste al ramo e il frutto cade.
Girolamo lo liscia, lo sbuccia delicatamente, lo divora a occhi chiusi, poi
volge lo sguardo al cielo, più in alto che può.
-Signore, d’ora in avanti ce ne stiamo da soli.-
estate 2006
TRENITALIA TI RINFRESCA
Pomeriggio torrido sull’Intercity Napoli-Savona . L’aria
condizionata va e viene. Nella prima carrozza il bar è chiuso per mancanza di
bevande e di personale. A Civitavecchia passa il carrello-ristoro.
-Coca Cola ghiacciata?
-Finita.
-Acqua ben fresca?
-Finita. Ho un succo di pesca tiepido.
-Sei messo male. Ti perdi un buon incasso.
-Non è colpa mia. Sono un dipendente della ditta Cremonini.
L’organizzazione non dipende da me.
Salta fuori che Cremonini e un’altra azienda hanno il monopolio
del ristoro su Trenitalia. Mi viene in mente la storia della signora Schimberni..
Anni addietro il presidente, o l’amministratore delegato delle FF.SS ferrovie
dello stato, non ricordo bene, era un uomo potente, Cesare Schimberni.
Schimberni era arrivato alle ferrovie dalla Montedison, ove regnava. Allora la
Montedison era una azienda grande e potente, un gigante a proprietà mista
pubblica e privata. Ma non divaghiamo oltre. A farla breve un giorno la moglie
di Schimberni viaggia da Roma a Milano sull’Eurostar (che allora non si chiamava
così), in prima classe la colazione è inclusa nel biglietto. Le portano un
vassoio di plastica con certi cibi strani, ella rifiuta il cibo orrendo e forse
cerca di placare la fame mangiando il vassoio. Affamata e indignata scrive una
lettera di reclamo al potente marito a capo delle FF:SS. Ma Cesare le risponde
smarrito che alcuno mai è riuscito a entrare nei misteriosi passaggi segreti che
portano agli appalti del ristoro sui treni.
FACCE COME FOCACCIA
... ti ho mai parlato di Recco? Questo strano posto di cui
ignoravo l’esistenza dove mai pensavo di venire. Prima delle ferrovie e delle
automobili, Recco era un pugno di vicoli sotto i portici e piazzette attorno al
Municipio. Da una parte il mare con gli scogli, dall’altra le colline, in mezzo
l’Aurelia. E un torrente che scende perpendicolare al mare. L’Aurelia sarà stata
di ciottoli, non so. Sulla piccola spiaggia si costruivano velieri per la pesca.
A monte, subito passato il Municipio c’erano case, casette e orti. Casette di
pietra a secco e case di mattoni, con le facciate colorate di rosso e giallo.
Arrivarci da Genova o da Rapallo in carrozza non sarà stata una cosa facile per
il cavallo, tra salite discese e curve. Scendere a Recco dalle colline
sovrastanti sarà stato un piccolo viaggi avventuroso a quei tempi. Un mondo
chiuso di uomini coi baffi che sposavano donne di famiglia. Niente turisti e
seconde case allora, di più le famiglie nobile e benestanti di Genova andavano a
villeggiare nell’entroterra, era di moda il fresco e non il sole. Vita grama per
i recchesi suppongo, anche se non peggio che altrove, di conseguenza grande
emigrazione soprattutto in Argentina. Un ligure tira l’altro, partivano portando
tutto quello che avevano in una coperta arrotolata. Il treno cambiò il destino
di Recco in tanti modi. Una parte importante la ebbe il ponte della ferrovia che
passa sopra al paese. Nella seconda guerra mondiale questo ponte era vitale per
le comunicazioni, buttarlo giù significava isolare una buona parte della Liguria
. E difatti i ponte fu buttato giù dalle bombe degli aerei americani. Ma col
ponte fu buttato giù tutto il paese, casa dopo casetta. E dopo fu rifatto tutto,
ma niente stile ligure e ben pochi orti. Fu rifatto il ponte, grosso e orribile,
per paura che cadesse di nuovo. Questa è la Recco che avrai visto se te ricordi.
Ma negli ultimi anni sono stati fatti tentativi per abbellirla, il ponte se non
altro é stato pitturato a tinte colorate. Per cui dovresti venire a rivederlo.
Quando arrivai a Recco, non c’erano supermercati ma solo piccoli negozi. Negozi
di famiglia spesso, se non sempre. Era il momento in cui, per incapacità della
Banca d’Italia, erano sparite le piccole monete di resto. A Roma e Milano si
lasciava perdere, si arrotondava, ma a Recco i signori coi baffi dietro al banco
rilasciavano buoni da cinque e dieci lire. Magari avevano ragione loro, ma la
cosa mi fece una impressione triste.
BANCA TURCA
Non ci trovo niente di sbagliato nel fatto che una americana sposi un turco e
se ne venga a vivere con lui nel sud della Turchia. La Turchia è terra di frutta
mature. I turchi sono ragazzi simpatici e la famiglia turca allargata ai parenti
è un caldo nido. Ma come in ogni altra nazione, qualcosa può andare storto in un
matrimonio anche in Turchia. Un matrimonio può avere giorni importanti, ma
alcuni giorni sono più importanti degli altri. Questo che segue è appunto uno di
quei giorni più importanti.
Quel giorno speciale Paula venne on-line con una terribile agitazione .
Paula - E’ successa una cosa orribile.
George - Cosa, amore?
P -Mustafà ha imitato la mia firma su un assegno e ha preso tutti i soldi che
avevo su un conto in banca, $40.000 .
Era un giorno dello scorso ottobre, adesso siamo quasi a primavera molte altre
cose sono accadute. Ma quello fu un giorno importante nella nostra storia e io
lo voglio ricordare. Siamo collegati su Internet, io George a Roma, lei Paula ad
Adana.
George - Sto scrivendo qualcosa su Il Famoso Giorno in Banca, raccontami ancora
cosa successe.
Paula - Quel giorno andai in banca insieme ad Aydin, il marito di una mia amica
australiana, perché lui è il direttore di un’altra banca dove volevo trasferire
i miei soldi.
George - Vai avanti, pisella.
P - Quando presentai allo sportello il mio libretto mi sentii rispondere che il
conto era vuoto. Dapprima non capii, non volevo capire. L’impiegato me lo
dovette ripetere più volte prima che mi andasse giù. Poi me andai a sedere da
qualche parte vicino alla cassa in preda a uno shock.
G – Magari ti sei anche fatta la pipì nelle mutande. E che cosa ti diedero come
spiegazione il cassiere e la direttrice dell’agenzia?
P - La direttrice se ne venne fuori a dire che avrebbe guardato nel computer per
capire esattamente quale transazione avesse avuto luogo e poi se ne venne di
nuovo fuori con una cretinata sul fatto che era necessaria una mia a firma
autenticata dal notaio, e perciò andassi a procurarmela. Naturalmente la
direttrice mentiva, sapeva benissimo di avere il cartellino con la mia firma,
solo cercava un modo per mandarmi via. Poi sempre la direttrice provò a
inventare che forse il cartellino con la mia firma si trovava in un altro
ufficio, ci trasferimmo in quest’altro ufficio e fu naturalmente solo una
perdita di tempo. Così io ed Aydin ce ne andammo alla sua banca, per discutere
il da farsi. Stavamo lì quando mi chiama Mustafà al telefonino e comincia ad
abbaiare “Dove cazzo sei e che cazzo stai facendo…” e “Porta subito il culo a
casa”. E così me ne tornai a casa, ad affrontare Mustafà che cominciò a fare il
macho, ma lo cosa non funzionava,
così passò alla parte di quello che si mette a piangere, ma non funzionò neppure
quella parte, e allora lui prese a dire, in tono rassicurante, che dovevo
considerare le cose come se i miei soldi fossero ancora in banca sul mio conto._
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