KARLA ASS       RACCONTI BREVI     


ALTRI RACCONTINI    Rapimento     Simferopoli       Nostalgia     Tappo colorato     Non pago    Delitto doppio    Klorinda

Re Salomone    La foto   i racconti di gabbianella


                                             PORTAMI SU 

                                     Jenny. Incontro a Firenze

                                     FACCE COME FOCACCIA

                                     TRENITALIA TI RINFRESCA

                                     LA SQUADRA

                                    TUTTO FINISCE, QUALCHE VOLTA MALE

                                     Non amo che i fichi che non colsi

                                     frullini

                                     INNO AL RE

                                     OLIO AGLI SCAMBI      

                                     LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA

                                     FORNITORI DELLA REAL CASA

 

                                 

     Elina                                                      PORTAMI SU 

 In Cina ci sono un sacco di lavori interessanti che difficilmente trovereste in giro per l’ Europa. Ho scritto tempo fa dei pulitori di orecchie, che seduti sui  loro sgabelli, i piccoli attrezzi ben allineati, aspettano i clienti nei parchi in qualche posto della Cina centrale. Ora vorrei dividere con voi le sensazioni di un altro tipo di lavoro, qualcosa che vedo ogni giorno nel palazzo dove abito: l'addetto all’ascensore. Non pensate a quei tipi  che a volte potete ammirare all’opera nei fiabeschi hotel dell’Occidente, qualcuno che se  sta dritto in piedi nella sua uniforme coi bottoni dorati e lucidati, in attesa  di portare su a i loro piani i ricchi ospiti. Vi sto parlando dell’addetto al nostro unico ascensore del nostro palazzo qualsiasi, con il suo tavolinetto in miniatura come una scatoletta in un angolo dell’ascensore già piccolo di suo, con la pila di giornali quotidiani vende che vende a 5 mao alla gente che sale e scende. Questa è la donna che garantisce che l'ascensore sia usato correttamente, e non ci si vada a spasso, nossignore.

Ma il pezzo migliore è che è fornita di un bastoncino fatto apposta per schiacciare i bottoni, con una sfera di un qualche materiale morbido infilato a una estremità, in modo da non deve allungare troppo il braccio per premere i tasti, ma può rimanere seduta sopra la sua piccola sedia ed usare giusto il bastoncino.

Una scena fantastica

 Senza parlare del fatto che l'ascensore  si ferma soltanto a tre piani dei nostri 10: il primo, l'ottavo ed il decimo. Ma a volte, quando lei si prende una pausa, o forse schiaccia un sonnellino nel minuscolo ufficio al primo piano, col letto duro giusto vicino all’ascensore, riusciamo a guidare l'ascensore e a premere i tasti da soli. Gente, mi sento come un ribelle ogni volta che mi riesce di fare il colpo !!

(traduzione di Strudel)


 

                                                       Jenny. Incontro a Firenze

Ovvero di come Passera, in un pomeriggio di marzo, mi racconta cosa successe a Jenny in un altro pomeriggio di marzo.

 Passera – Eccoti finalmente, George.

George –  Ma che accoglienza, entusiasmo cosi ti voglio. Raccontami qualcosa di una tua antenata birbona, così ci faccio una storia. 

Passera – Dunque, gli antenati miei sono tutti sbottonati.

Gorge – Oh.

Passera - Ma una in particolare, la mia antenata birbona. Una nonna. 

Gorge - Siamo nel ...?

Passera - 1900

G -  1900 a Firenze. Una signora? 

Pa - Certo in famiglia siamo tutti persone dabbene.

G – Mi avevi detto che siete birboni sbottonati, ma non importa. Nonna, una signora, cappello di paglia di Firenze, prende il te, è sposata, ma un bel giorno…

Pa – Si…

G - all'età di .....

Pa -  … 18 anni, trova un distinto signore di età circa 23 anni che le sorride, le fa l'occhiolino

G - Un'altro ?  ma non aveva già un marito?

Pa – Nooo.

G – C’è stato un malinteso, porta il cappello di paglia di Firenze, prende il tè, ma non è sposata.

Dunque abbiamo una ragazza per le vie di Firenze, un signore di 23 anni le sorride.

Pa - Certo le ricambia il sorriso, abbassa la faccia per vergogna.

G - Lei stava andando a spasso ....

Pa - .. .. Lui le va incontro le bacia la mano.

G -  Ragazzi veloci.

Pa - Le dice  che i suoi occhi lo hanno colpito, occhi da gazzella, (come i miei).

G – Mi piace questa cosa, però le guardava anche il culetto.

Pa – Ma  dai.

G – Occhi di gazzella timida e impaurita, che si lascia baciare la mano stupita.

Pa -  Certo.

G - Vai avanti l'inizio è buono.

Pa - Si sono  innamorati, al primo sguardo.

G – Lo sai come vanno gli incontri, se non è primo sguardo mai più

Pa – Proprio così.

G - Cerchiamo di individuare la via dell’incontro, se ti riuscisse di trovare una cartolina del tempo. Ora dove vanno, la accompagna a casa ?

Pa – No, in giro per Ponte Vecchio.

G – La prende sottobraccio e vanno verso Ponte Vecchio. Dovremo trovare due nomi per loro.

Pa-  Lui le regala  un fiore. Anzi glielo mette fra i capelli

G – Si chiamava? 

Pa - Lui Raffaello, lei Jenny

G – Jenny mi piace, ma Raffaello non si accorda, vedremo come si sviluppa il racconto. Il fiore lo  ruba o lo compra ?

Pa - Lo ruba. Lui era militare, soldi pochi.

G – Si chiamava Jenny, parenti inglesi?

P -. No, niente parenti inglesi.

G - Soldato? tenentino?

Pa – Sì.

G -Si cosa? tenentino?

Pa – Credo soldato, non so.

G – Soldato in divisa ?

Pa – Certo. E lei un vestito color rosa alle caviglie.

G - Tira a baciarla da qualche parte? che ore sono, che mese è ? e che giorno, festa ? Jenny non deve fare tardi, suppongo.

Pa – Era di Marzo, le ore non so ma certo prima di sera. Si baciamo il giorno dopo, alla stazione dove lui va per prendere il treno.

G – Il soldato ritorna in caserma.

Pa – E sì.

G – Non ci sono guerre in giro ? giusto? Mi hai detto che siamo nel 1900.

Pa – Si,  purtroppo c’è la Grande Guerra. Sono stata imprecisa, è il 15/18.

G – Lui va al fronte. Si dimenticano? Sono sempre pessimista quando si tratta di donne. Ma certo Jenny era diversa.

Pa - Si scrivono, si ritrovano, si sposano. Nascono due figli maschi

G – Calma, dove si ritrovano? Mi stai uccidendo il racconto.

Pa – Uffa. Nel marzo 1915 si conoscono. Si ritrovano a Firenze, nel settembre. L'anno dopo si  sposano a primavera di aprile. Nascono due figli.

G – Finito?  niente lettere nel baule?

Pa - Nel 1916 si sposano. Nasce mio padre. Nel 1917 torna a casa in licenza e lei rimane incinta di nuovo. Nasce mio zio nel 1918. Ma lui non torna più.

G - Si può fare un raccontino sul primo incontro. Certo se tu avessi le lettere, un diario.

Pa – No, quello che so me lo raccontò mia nonna. Le cose scritte  sono andate perdute con le guerre

G - E così sei senza nonno.

Pa – Eh, sì. Ci sono nata senza nonno.

G - Si può fare un raccontino sul primo incontro. Vediamo, tu sei Jenny. 

Pa – Si

G - Jenny appartiene a quale classe ? piccola, media, alta borghesia?

Pa - Diciamo media. La famiglia ha due calessi. Due calessi era tanta roba.

G - Jenny ha fatto le scuole?

Pa - Mio nonna si, dalle suore. Non so che fino a che classe ha fatto.

G - Sono le cinque di un meriggio di marzo, Jenny esce a vedere i negozi, oppure va da una amica.  Cosa pensa una fanciulla di 18 anni nel 1915 a marzo? 

Pa -  Ma che bella giornata di primavera. 

G - Secondo me Jenny ha qualcosa d'altro in testa.

Pa - Esco per  trovarmi da sola con i miei pensieri, con i miei  problemi, con il cuore alla guerra. Poi  ho voglia di sedermi. sul lungo fiume.

G – Ma tu sei di buona famiglia, non hai problemi Jenny.  Esci  da sola, ma nel 1915 è ammesso per una fanciulla per bene?

Pa – Beh, mettiamola così. Per chi sta in centro si, magari per una commissione. E una se la prende larga.

G - Ma forse mentre passeggi hai un modo morbido di muoverti, qualcosa nel viso, un profumo, non dico che lo fai apposta

Pa - Forse sono un po' civettuola, e in giro ci sono i militari, tanti bei ragazzi. Enny ha i fratelli al fronte, pensa a loro, ma scaccia i pensieri quando il soldatino la guarda.

G - Avrà avuto i baffi?

Pa – Cavolo.

G - E ora Jenny fa quello che fanno a 18 anni le fanciulle di media borghesia a Firenze, cerca marito.  Probabilmente era troppo sorvegliata per avere un'avventura.

Pa - In programma c'era già qualcuno delle colline di Firenze. Ma lei evidentemente non voleva.

Pa - Ehi, George,  ma poi mi dai la percentuale sui diritti di autore di questo racconto.

G - Farò di meglio. Mi vestirò da soldato e ti verrò incontro. Magari meglio vestito da generale per essere credibile. Tu sei a Ponte Vecchio con le amiche a comprarti un paio di scarpe, arriva un generale e ti fa l’occhiolino. Mi sono sempre chiesto come passerebbero il tempo le donne senza i negozi di scarpe, magari ne parliamo.

Pa – No, verrai vestito da tenentino.

G- Ma la gente per strada mi prenderà in giro, ai fiorentini poi non sembrerà vero di avere un’occasione. Mi pare di sentirmeli dietro le spalle. Ma come mai gli è ancora tenente? O chissà cosa avrà combinato. 

- Che te importa.

G-  Adesso torniamo a Jenny. La famiglia aveva trovato un tizio da dargli in marito. Ricco? troppo grande per lei? Un funzionario del governo?

Pa - Qualcuno che aveva possedimenti sulle colline. Qualche ettaro di terra.

G - Ma lei si dovette sposare perché era accaduto l'irreparabile ? i suoi avranno piantato storie

Pa  – Nooo. Si sposò a settembre quando lui torno dal fronte in licenza. Senza complicazioni. Andò contro i volere dei suoi.

Pa – Si sposarono a Firenze, alle sei di mattina.

G - Un’ora insolita, forse per via della famiglia che era contraria e voleva un matrimonio quasi di nascosto, forse Jenny voleva tutto il giorno per se.

Pa – Presero un calesse e andarono a Pisa, in una pensioncina. 

G -  Jenny era tosta e decisa

Pa - Come me.

 Passera poi mi ha raccontato cosa fu di Jenny dal momento in cui non ricevette più lettere dal fronte. Jenny era una donna che non sa dimenticare, neppure per un’ora. Nessuno può dire come fu davvero la vita di Jenny da allora, perché la portava nascosta dentro di se. Avrei voluto conoscere Jenny, l’avrei convinta che si può vivere un’altra vita senza dimenticare la precedente, anche se questo ci fa essere in lite con noi stessi in modo orribile. Credo che Jenny avrebbe capito, ma le cose sono andate in un altro modo._

ALTRI RACCONTINI CRAPS 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


ALTRI RACCONTINI CRAPS

                                                      BANCA TURCA

                                              FACCE COME FOCACCIA

                                     TRENITALIA TI RINFRESCA

                                     LA SQUADRA

                                    TUTTO FINISCE, QUALCHE VOLTA MALE

                                     Non amo che i fichi che non colsi

                                     frullini

                                     INNO AL RE

                                     OLIO AGLI SCAMBI      

                                     LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA

                                     FORNITORI DELLA REAL CASA

                                     La Principessa e il Ranocchio impaziente


 

  Favole

                           La Principessa e il Ranocchio impaziente

-Allora ti decidi a baciarmi, si o no?

Disse il Ranocchio alla Principessa.

Ma la principessa sbuffò come una caffettiera ed alzò le spalle.

-Stamattina ho le labbra screpolate, non è prudente toccare la tua pelle viscida.

-Sono mesi ormai che rinvii con ogni pretesto. Cosa faccio io qua, devo rimanere Ranocchio?

-Ma di che ti lamenti? Ti ho messo nel giardino vicino alla vasca dei pesci rossi. Hai sole, foglie di ogni tipo, una canna su cui dondolarti. Fai una vita da signor Ranocchio, dai retta a me. Cambiare è sempre rischioso. Da Ranocchio a Principe poi, figuriamoci.

-Ma sei impazzita? Io me ne stavo con i miei laggiù nello stagno. Mi hai fatto mille promesse per convincermi a venire qui. Non te lo ricordi come mi dicevi?  ‘E io ti bacerò bel Ranocchio, ti farò diventare un Principe, avrai il tuo cappello con le piume, la spada al fianco. Vivremo felici e contenti ’. Felici un corno, oltretutto l’acqua dello tua fontana non è neanche putrida, non te lo volevo dire, ma mi ci costringi.

-Ma che storie inventi, Ranocchio. Se stato tu a chiamarmi, nascosto sotto una foglia nelle stagno, con quella tua vocina da legnetto che si spezza. Crik, crik, crak, crak, oh principessa baciami ti prego.

-Giustappunto, ti chiamavo per essere baciato, non per essere trascinato qui  come un balocco. Io sono un Ranocchio, non un gatto di casa. Noi ranocchi, siamo una specie selvatica, lacustre.

-Smettila di lamentarti e di chiedere sempre. Sei un ingrato. E io che stavo pensando di iscriverti alla gara di salto. Pensa, se vinci sarai premiato dal Re in persona. Il re ti metterà a capotavola con una coroncina in testa, magari ti assegna anche un piccolo vitalizio. Tornerai da me vincitore, mio piccolo eroe.

Il Ranocchio si sente gelare. Sono queste dunque le Principesse. Donne egoiste, bugiarde, astute. Il povero Ranocchio si sente perduto, prigioniero per sempre. Mai avrebbe dovuto lasciare lo stagno, il crepitio della canna verde che cresce veloce e solo a pochi è dato di udire nel fondo della notte, le larghe foglie umide e fangose, e tutti i mille canti delle creature che si contrappongono al tramonto. Alas, egli ha lasciato tutto questo per uno stupido giardino ritagliato con le forbici. Tradito dall’ambizione.

-Quando mi bacerai, dunque?

-No so, domani, devo riflettere. La tua continua insistenza mi infastidisce.

Ma la Principessa, ha ormai preso la sua decisione, non lo bacerà mai.  Ella ha bene in mente le lettere delle principesse sue amiche, sono piene di lamentele sui principi. Aspasia di Curlandia non fa che piangere perché il suo scende sempre nelle cucine a trastullarsi con le cuoche. Gonerilla di Scozia è piena di lividi, per le botte che prende dal suo ogni volta che spende un centesimo. Sarebbe davvero una imprudenza senza giustificazioni baciare questo Ranocchio e tramutarlo in Principe.

 

 

        

                                     FORNITORI DELLA REAL CASA 

 Gennarino Esposito mente, recita, ma senza andare sopra le righe. D'altra parte nel quartiere lo dicono tutti. Gennarino era nato per fare l'attore,lo sbaglio suo è stato di mettersi nel laboratorio di donna Amalia.

Il fatto 

-Signor giudice, come ve lo devo dire, Quella notte infame, saranno state le due, mia moglie ha cominciato a scuotermi, si sentivano rumori in casa. Io tengo il sonno profondo. "Prendi la pistola nel comodino e vai a vedere", mi ordina mia moglie . Era stata donna Amalia stessa, mia suocera, a insistere perché imparassi a usare un'arma. Noi le stoffe di gran pregio le teniamo in casa, non in laboratorio dabbasso. E' lana del Sud-Africa selezionata apposta. Il laboratorio Amalia Benincasa fu Antonio dal 1812 serve Casa Reale, i nostri migliori clienti a Napoli sono un ramo collaterale dei Borbone, ma viene gente da New York.-

Il giudice apprezza la recita,purtroppo deve fare il suo lavoro. scuote leggermente il capo, trasmette segni di insofferenza a Gennarino, il quale recepisce e stringe.

-Mi alzo col cuore che sbatte, la mano tremante prende la pistola dal comodino, tremo a ogni mio stesso minimo respiro. A piedi scalzi mi avventuro per il corridoio, un cauto passo dietro l'altro. Ancora strani rumori dimostrano la presenza di un estraneo in casa. Che dovevo fare, signor giudice. Un ladro, me ne sarei voluto scappare, nascondermi sotto il letto, ma chi la sentiva poi donna Amalia Benincasa se non difendevo la sua roba. Destino vuole che in quel momento sotto in strada passa un tir, i grandi fari illuminano il corridoio per una finestra. Un'ombra mostruosa si proietta sul muro, sento come un grugnito orribile, una mano gigantesca si leva a minacciarmi, la pistola spara da sola e Amalia Benincasa non c'è più. -

Un singhiozzare dirotto segue alle ultime parole. Gennarino Esposito si accascia affranto, le mani alla testa, ma trova la forza per riprendersi.

-Signor giudice, quella donna mi aveva dato tutto, la figlia, la casa, il laboratorio di famiglia, tutto.-

-E barili di fiele da bere ogni giorno, compreso i festivi.- Pensa il giudice.

Nel quartiere lo sanno tutti, non c'è giorno che si levi il sole senza udire le parole di donna Amalia. Al mercato, a casa delle amiche, ovunque ci siano orecchie si leva la sua voce.

-Quel disgraziato lo abbiamo preso dalla strada coi buchi nelle scarpe. Deve rigare dritto, altrimenti sulla strada lo rimettiamo, a fare Ciacco e Sparo.-

Le ultime parole stanno a significare Shakespeare, riferite alle qualità drammaturgiche di Gennarino. 

Nel quartiere nessuno si è presentato a testimoniare a sfavore di Gennarino. La moglie è apparsa, stretta tra due avvocati, ha dovuto scegliere, o vendicare la madre o tenersi un marito. Ha scelto il futuro, come darle torto. Chi avrebbe mandato avanti il laboratorio di giorno? chi le avrebbe tenuto compagnia la notte? E sopratutto chi se la sarebbe presa, con quei fianchi sempre più larghi, a cui Gennarino per necessità o abitudine si era affezionato. Chi le avrebbe dato quel fremito di piacere tirandole giù le mutande nel gran letto coniugale, sussurandole 'Vogliamo vedere le tenere rotondità di questa bella bambina?' 

Amalia Benincasa d'ora in avanti il caffé alle due di notte se lo sarebbe preso in paradiso, magari lo facevano buono.

L'aula del tribunale si riempie di sole. il giudice sbircia l'orologio, si fa ancora a tempo per una passeggiata prima di pranzo. Questo processo è inutile, la legge parla chiaro, Gennarino ha agito per legittima difesa della casa, dei beni, della famiglia, della stessa sua persona. Assolto.

 

ROMA - Marzo 2006 - La Camera dei deputati ha approvato oggi in via definitiva una controversa legge sulla legittima difesa proposta dalla Lega Nord che consente di usare con meno limitazioni rispetto al passato le armi in casa e nei negozi contro i rapinatori.

Il testo, che era stato già approvato dal Senato nel luglio scorso, modifica l'articolo 52 del codice penale, secondo cui la legittima difesa deve essere sempre proporzionata all'offesa.

Il nuovo testo stabilisce che la difesa con un'arma - "legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere" - è proporzionata sia per difende l'incolumità propri o di altri, sia per difendere i beni, non solo in casa, ma anche in un negozio o in uno studio professionale.

.

 

LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA


-Madre mia, ho perso la testa.- La principessa è davvero disperata.

-Vuoi dunque condurci alla rovina, figlia mia disgraziata? Non sai che sei destinata al Rajah di Banga-loor? Faremo uccidere l’uomo che ti ha lusingata. Dimmi subito il suo nome. Uno dei servi che ti accompagna al mercato? Un mercante straniero di tappeti ? -

-Madre mia, allora voi non capite? Io ho perso la testa. –

La madre sorride sprezzante. – Ci penserò io a fartela ritrovare, non devi stare in angoscia. E adesso devi dirmi dove è successo.-


-E’ stato al lago, madre mia, le mie amiche mi hanno preso sulla loro barca, mi è parso di sentire il guizzo di un pesce.-

-E dunque? Chi è arrivato?

-Nessuno è arrivato. Mi sono voluta sporgere per osservare l’acqua, ma ho visto solo il mio riflesso senza la testa. –    


Questo è l’inizio della storia della principessa disperata perché non riusciva a vedere la sua testa e pensava quindi di averla persa. La famiglia e tutti i servi la rassicuravano, tutti potevano vedere i suoi riccioli come trucioli d’oro. Ma ella non smetteva di disperarsi. “Dite così perché siete la mia famiglia.” Le misero uno specchio davanti inutilmente. “E’ solo un ritratto. E’ una testa, ma non è la mia testa. Non diventerò regina, dove metterei la corona?"

(continua)                                   


                                            OLIO AGLI SCAMBI

La ragazza Ileana dava tutti i giorni l’olio agli scambi dei treni alla Stazione di Genova Brignole, nella sua tutina da manovale. Ci dovrei scrivere un racconto, ma non so altro. Riguardo a Ileana non dovete immaginare una di quelle donne sovietiche ferroviere che si portano dietro in mano un barattolo enorme pieno d’olio e sembrano fatte di ferro come la locomotiva. Ileana è tonda, morbida, coi riccioli d’oro. Non pensate che sia fosse una cosa facile dare l’olio agli scambi. Prima bisogna spennellare da un lato, poi telefonare al capo-stazione per fagli scattare lo scambio, e quindi spennellare dall’altro lato. La responsabilità era enorme. Mettiamo che una scambio non si aprisse all’arrivo del treno lato monte, la locomotiva si portava dietro tutti i passeggeri al lato mare.

Ma il progresso avanza, adesso al posto dell’olio si usa un grasso lubrificante che dura un mese.

Dove è finita IIeana? E perché dovrei dirvelo?

Ci teniamo in contatto.


                                                                    INNO AL RE

I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si leva dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E' appena terminato il cor ' O mia patria si bella e perduta ' . Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci a un cenno imperioso si dirigono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia, la cacciata degli austriaci, ed è per questo che i fazzolettini ricamati sventolano verso il podio. Per la verità, dietro a un ventaglio due occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che appena si volta, e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, pare sventolare dalla parte sbagliata.

Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante, si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono imprevedibili.

-Il Maestro suona dove il baiocco tintinna. - La memoria va a quel 1848, quando la  Corte di  Ferdinando di Borbone delle  Due Sicilie gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. - Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio piemontese, che di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia ci toglie di mezzo lo stato pontificio con preti e monache. - Questo pensa il Cigno di Busseto sorridente al pubblico.


                                                                            
                                                                 
  FRULLINI


FRANK AVEVA VENDUTO TUTTI I FRULLINI A ENERGIA SOLARE PRIMA DI VENERDi'. PER QUESTO ERA TORNATO A CASA.  Ora Frank se NE STA A GUARDARE IL COCCODRILLO ADDORMENTATO sul suo letto, QUANDO SENte LA VOCE DIETRO DI SE.

-TOGLITI CHE LO AMMAZZO .-

Il coccodrillo si contorce, si afferra il testone verde con le zampotte anteriori e se lo svita. Appare Philip, metà coccodrillo e metà marito di Gloria, la biondina col fucile.
Da parte sua Frank non perde tempo a farsi troppe domande, non si chiede cosa ci faccia il suo vicino nel suo letto dalla parte dove di solito dorme sua moglie, ma si muove di lato per permettere a Gloria di prendere la mira.
-Spara Gloria, mira alla testa, altrimenti potremo avere storie col noleggio dei costumi. 
-Non preoccuparti per questo Frank, lo sai che vinco sempre il primo premio alla gara di tiro, nel Giorno del Ringraziamento.
La testa di Philip scivola nel costume, ora è un coccodrillo senza testa. Gloria esita divertita..
- Vieni fuori Philip, Suppongo tu voglia darci una spiegazione.-

-Come mai sei qui?- dice la voce dentro al coccodrillo.- Non dovresti essere in Florida alla riunione annuale delle Figlie di Satana?-

-Avrei dovuto, infatti. Ma una hostess a sentito un fischio da un motore al decollo. E ora se vuoi spiegarci come mai hai cambiato stanza da letto, prima che spari.-

-Posso spiegare tutto io.-

Gloria e George si voltano a guardare l'ippopotamo che cerca di salire di corsa i gradini dall'ingresso alle camere superiori.

-Posso spiegare tutto io.- Insiste l'ippopotamo in affanno.

La canna del fucile di Gloria passa dalla linea del coccodrillo a quella dell'ippopotamo, il quale appare in evidente stato di agitazione, mentre si tira la coda con forza e si scuote.

-Metti via quel dannato fucile. Sono io, Beth, dentro l'ippopotamo, piuttosto tiratemi la coda, a quanto pare é così che si apre la lampo. - 

 (continua)

 


            

                                                           LA SQUADRA

 La squadra di piazza Prati degli Strozzi non era molto famosa, anche se per qualche mese ebbe perfino un allenatore. Questo allenatore, un ragazzo tra i mille con una breve stagione di illusioni in una squadra vera, si chiamava Santoni, non dimenticatelo è importante. Il portiere della quadra si chiamava Capoccia e un giorno con grande sufficienza se ne andò a fare un provino di cui non parlò mai, ma per vie traverse si seppe il giudizio ‘Tozzo, privo di scatto e di presa’. Mi pare che noi giocatori avessimo la maglia dell’Inter, ma forse alcuni l’avevano e altri no, tanto in campo ci si conosceva,

Per il posto di terzino sinistro eravamo in competizione in due, io e Roscio Malpelo. Roscio rosicava per fregarmi il posto e uno giorno toccò il fondo dello squallore.

-Santoni, Santoni, mettiti in ginocchio e leccaci i ciglioni.-

Spia lurida. Il Roscio indicava me come autore del versetto, mentre tutti noi eravamo raccolti in gruppo a sentire la lezione dell’allenatore.

Avevo chiaramente doti letterarie innate, ma negai tutto, facendomi più piccolo e trasparente di quanto allora non fossi. 

Roscio Malpelo Schizzaveleno non sai che il destino punisce il malvagio.

La domenica seguente eravamo invitati a giocare col San Giuseppe. Capoccia, il portiere titolare, era assente, forse era andato al mare con la famiglia. In porta fu costretto a giocare Renato, il centravanti, che non ne voleva sapere e secondo me per la rabbia qualche volta si scansò per far entrare i pallone in rete. Il primo tempo finì 3-1 per il San Giuseppe, la mia prova fu di carattere, allora non c’erano le lenti a contatto e facevo la mia figura con gli occhiali, fino a quando non me li rompevano. Roscio Malpelo implorò e pianse per poter entrare al mio posto nel secondo tempo, ma Santoni fu irremovibile nonostante io perorassi la causa della serpe.

Alla fine perdemmo 7-1 , un risultato onorevole considerato che noi si giocava fuori casa e privi del portiere titolare.

 Tempo dopo io e il Roscio trovammo un miserevole portafoglino in terra, con qualche centinaio di lire. Ce ne andammo al cinema e credo che il Roscio si sia tenuto il portafogli. 

                                                       

                                                 TUTTO FINISCE, QUALCHE VOLTA MALE

Se c’era una maledetta  cosa che funzionava nel sistema giudiziario italiano era la giustizia sportiva.  Era un sistema indipendente, efficiente, senza cavilli mille appelli e orpelli. Senza traffici, imbrogli e dilazioni di avvocati furbastri.

Investigatori, accusatori e giudici erano specializzati e sapevano cosa fare. Lo facevano rapidamente e con efficienza.

 Poi arrivò la tv, poi arrivarono le scommesse, poi le società di calcio diventarono società per azioni, arrivò la pay-tv. Il gioco del calcio non è più un gioco, è un business. Centinaia di milioni di persone nel mondo pagano per vedere la Champions League con la pay-tv. Il giorno dopo la partita milioni di marmocchi cinesi, europei, indiani, americani strepitano per avere la maglietta della squadra vincitrice. Prima che si batta il calcio d’angolo la rinomata ditta di pastiglie per la gola ha aumentato la sua quota di mercato con uno spot di quattro secondi in tv. Un fiume di soldi ha travolto la giustizia sportiva, che conta poco o nulla. Il campionato di calcio si decide nelle aule dei tribunali ordinari. Andrà sempre peggio. Prima o poi qualche centravanti, mi scuso qualche punta, farà causa all’arbitro che gli nega il rigore.

Andrà sempre peggio.

E’ in arrivo la fotocamera tra i pali della porta. Addio alle discussioni per decidere se la palla è entrata. Ci sarà un hacker in grado di creare il finto gol digitale?

Andrà sempre peggio. Unica soluzione creare un secondo campionato senza tv, un campionato di calcio classico distinto dal campionato commerciale, nel secondo ognuno faccia quello che gli pare, col  primo ci vogliamo divertire.   

 Quando Diego Armando Maradona tira l'ultimo calcio di rigore finisce il gioco del calcio. Certo, ancora si tirano calci su tutti i campi dal Perù alla Norvegia, ma il bel gioco é finito. Ogni arte ha la sua epoca. I russi scrivono ancora, ma l'ultimo grande scrittore russo h deposto la penna a fine '800. Hal Barks guarda sorridendo il suo ultimo disegno e finisce l'epoca d'oro di Paperino e zio Paperone. Ci saranno ancora Stanllio e Ollio. No, impossibile: Hollywood ha avuto il suo tempo e il suo luogo. E la grande fiamma dell'Opera Italiana? Spenta per sempre.

Presto vedremo i campi di calcio in plastica. Le ragazze pon-pon suoneranno la trombetta per fermare il gioco ed entrare in campo: pubblicità dello sciroppo. Gli spettatori saranno pagati per riempire gli stadi e il regista della tv li comanderà: insultare, applaudire, fare la ola, invadere il campo. C'era una volta il gioco del calcio e non si potevano sostituire i giocatori infortunati.  Quando si infortunava il portiere, tra la disperazione dei tifosi e la vergogna degli avversari, il centravanti indossava la maglia nera col numero uno. Tra grandi applausi  il portiere si avviava agli spogliatoi e il centravanti a difender la porta. Il massimo del brivido si poteva ottenere quando poco dopo si fosse azzoppato un terzino avversario. Il difensore veniva spedito all'ala sinistra ove se ne stava  trascurato. Troppo trascurato. Ecco che riceve un lungo lancio in contropiede di alleggerimento, riesce a stoppare  col petto, percorre come Milziade i cinquanta metri che lo separano dalla porta, segna il primo e ultimo gol della sua carriera. Questo era il gioco del calcio e voi che non lo avete visto non sapete cosa è la gioia di sognare. _


                                          Non amo che i fichi che non colsi

Far cadere i fichi dall’albero del vicino nella tua parte è un lavoro che richiede pazienza, solitudine e animo giocondo. Mentre è intento a quest’opera delicata con un suo rampino benedetto, frà Girolamo Pezzotta vede con lieve disappunto che Filippo e Maria sono entrati in convento e si dirigono a lui.

-Ma che bravi figlioli, venire da questo povero frate, avete fatto benissimo, che nuove ci portate?

-Diglielo tu, Filippo.- Maria si nasconde timidamente dietro alle sue stesse parole.

-Frà Girolamo, noi due ci vogliamo sposare. – Dice Filippo deciso.

Il buon Francescano dimentica i fichi  che non colse e leva al cielo le braccia.

-Figlioli, non sapete che gioia portate a questo saio rattoppato. Ormai qui non bussano che coppie di finocchi e finocchie. Pretendono da noi poveri frati il santo sacramento del matrimonio.- Fra Girolamo china il capo, si batte il petto. Mea culpa, mea, mea maxima culpa.

-Bene, bene, dunque vi volete sposare qui al nostro convento, E quando lo vogliamo celebrare questo matrimonio?- 

L’orto dei francescani si riempie d’improvviso silenzio. I tre si guardano l’un l’altro.

-I matrimoni sono due, frà Girolamo. – Filippo rompe il silenzio, volgendo lo sguardo distratto all’albero dei fichi.  

-Due matrimoni? E chi sono gli altri sposi, li conosciamo? –

-Adesso parla tu.- Dice Filippo a Maria.

-Frà Girolamo io ho avuto molte esperienze con ragazzi e ragazze, molte delusioni, - comincia Maria simulando una  imitazione di pentimento. 

Ma il nostro francescano è lesto a interromperla.

-Ma ora hai conosciuto questo bravo ragazzo che sa tutto e perdona, non pensiamoci più.-

-Anche io ho fatto esperienza con molte ragazze e ragazzi,- Filippo si è fatto coraggio, parla precipitoso.

-Ma infine hai conosciuto la tua Maria, vi siete confessata ogni cosa, avete compreso di esser fatti l’uno per l’altra.-

Frà Girolamo si passa la mano sulla fronte. L’oscuro Medio Evo delle anime si è aperto e non si vede la fine.

Ma parla ancora Filippo. -La questione è diversa, come abbiamo detto i matrimoni sono due.-

-Due matrimoni? Ho capito, tu sposi un’altra e lei un altro. Ma chi sono dunque gli altri due sposi?-

-Diglielo tu, Maria, magari sai spiegarti meglio. Le donne sono pratiche. -

Maria si stringe le mani. –Non ci sono altri sposi, io sposo me stessa e Filippo sposa se stesso. Alla fine si è capito che le unioni con un’altra persona, maschio o femmina, non reggono. Abbiamo pensato di fare una sola cerimonia per risparmiare sulle spese.-

Frà Girolamo raspa la terra col sandalo, ma perché la terra non si apre? 

Maria è un torrente.  -Pare che potremo avremo gli assegni familiari, ognuno i suoi. Da sposata è più facile comprare l’auto a rate. E da sposata con me stessa compro l’auto che mi pare e piace. L’avvocato ha promesso di trovarmi un bambino negro, quando i documenti sono tradotti.-

 Ma frà Girolamo non ascolta, sta tornando all’albero dei fichi. Dov’era quello nero a strisce verdi? Eccolo. Il rampino riappare con arte magica nella mano del frate. Poche scosse leste al ramo e il frutto cade. Girolamo lo liscia, lo sbuccia delicatamente, lo divora a occhi chiusi, poi volge lo sguardo al cielo, più in alto che può.

-Signore, d’ora in avanti ce ne stiamo da soli.-

 


estate 2006

                                                TRENITALIA TI RINFRESCA

Pomeriggio torrido sull’Intercity Napoli-Savona . L’aria condizionata va e viene. Nella prima carrozza il bar è chiuso per mancanza di bevande e di personale. A Civitavecchia passa il carrello-ristoro.

 -Coca Cola ghiacciata?

-Finita.

-Acqua ben fresca?

-Finita. Ho un succo di pesca tiepido.

-Sei messo male. Ti perdi un buon incasso.

-Non è colpa mia. Sono un dipendente della ditta Cremonini. L’organizzazione non dipende da me.

 Salta fuori che Cremonini e un’altra azienda hanno il monopolio del ristoro su Trenitalia. Mi viene in mente la storia della signora Schimberni.. Anni addietro il presidente, o l’amministratore delegato delle FF.SS ferrovie dello stato, non ricordo bene, era un uomo potente, Cesare Schimberni. Schimberni era arrivato alle ferrovie dalla Montedison, ove regnava. Allora la Montedison era una azienda grande e  potente, un gigante a proprietà mista pubblica e privata. Ma non divaghiamo oltre.  A farla breve un giorno la moglie di Schimberni viaggia da Roma a Milano sull’Eurostar (che allora non si chiamava così), in prima classe la colazione è inclusa nel biglietto. Le portano un vassoio di plastica con certi cibi strani, ella rifiuta il cibo orrendo e forse cerca di placare la fame mangiando il vassoio. Affamata e indignata scrive una lettera di reclamo al potente marito a capo delle FF:SS.  Ma Cesare le risponde smarrito che alcuno mai è riuscito a entrare nei misteriosi passaggi segreti che portano agli appalti del ristoro sui treni.    


                                                      FACCE COME FOCACCIA

 ... ti ho mai parlato di Recco? Questo strano posto di cui ignoravo l’esistenza dove mai pensavo di venire. Prima delle ferrovie e delle automobili, Recco era un pugno di vicoli sotto i portici e piazzette attorno al Municipio. Da una parte il mare con gli scogli, dall’altra le colline, in mezzo l’Aurelia. E un torrente che scende perpendicolare al mare. L’Aurelia sarà stata di ciottoli, non so. Sulla piccola spiaggia si costruivano velieri per la pesca. A monte, subito passato il Municipio c’erano case, casette e orti. Casette di pietra a secco e case di mattoni, con le facciate colorate di rosso e giallo. Arrivarci da Genova o da Rapallo in carrozza non sarà stata una cosa facile per il cavallo, tra salite discese e curve. Scendere a Recco dalle colline sovrastanti sarà stato un piccolo viaggi avventuroso a quei tempi. Un mondo chiuso di uomini coi baffi che sposavano donne di famiglia. Niente turisti e seconde case allora, di più le famiglie nobile e benestanti di Genova andavano a villeggiare nell’entroterra, era di moda il fresco e non il sole. Vita grama per i recchesi suppongo, anche se non peggio che altrove, di conseguenza grande emigrazione soprattutto in Argentina. Un ligure tira l’altro, partivano portando tutto quello che avevano in una coperta arrotolata. Il treno cambiò il destino di Recco in tanti modi. Una parte importante la ebbe il ponte della ferrovia che passa sopra al paese. Nella seconda guerra mondiale questo ponte era vitale per le comunicazioni, buttarlo giù significava isolare una buona parte della Liguria . E difatti i ponte fu buttato giù dalle bombe degli aerei americani. Ma col ponte fu buttato giù tutto il paese, casa dopo casetta. E dopo fu rifatto tutto, ma niente stile ligure e ben pochi orti. Fu rifatto il ponte, grosso e orribile, per paura che cadesse di nuovo. Questa è la Recco che avrai visto se te ricordi. Ma negli ultimi anni sono stati fatti tentativi per abbellirla, il ponte se non altro é stato pitturato a tinte colorate. Per cui dovresti venire a rivederlo. Quando arrivai a Recco, non c’erano supermercati ma solo piccoli negozi. Negozi di famiglia spesso, se non sempre. Era il momento in cui, per incapacità della Banca d’Italia, erano sparite le piccole monete di resto. A Roma e Milano si lasciava perdere, si arrotondava, ma a Recco i signori coi baffi dietro al banco rilasciavano buoni da cinque e dieci lire. Magari avevano ragione loro, ma la cosa mi fece una impressione triste.


 

                                                                             BANCA TURCA

Non ci trovo niente di sbagliato nel fatto che una americana sposi un turco e se ne venga a vivere con lui nel sud della Turchia. La Turchia è terra di frutta mature. I turchi sono ragazzi simpatici e la famiglia turca allargata ai parenti è un caldo nido. Ma come in ogni altra nazione, qualcosa può andare storto in un matrimonio anche in Turchia. Un matrimonio può avere giorni importanti, ma alcuni giorni sono più importanti degli altri. Questo che segue è appunto uno di quei giorni più importanti.
Quel giorno speciale Paula venne on-line con una terribile agitazione .


Paula - E’ successa una cosa orribile.
George - Cosa, amore?
P -Mustafà ha imitato la mia firma su un assegno e ha preso tutti i soldi che avevo su un conto in banca, $40.000 .


Era un giorno dello scorso ottobre, adesso siamo quasi a primavera molte altre cose sono accadute. Ma quello fu un giorno importante nella nostra storia e io lo voglio ricordare. Siamo collegati su Internet, io George a Roma, lei Paula ad Adana.


George - Sto scrivendo qualcosa su Il Famoso Giorno in Banca, raccontami ancora cosa successe.
Paula - Quel giorno andai in banca insieme ad Aydin, il marito di una mia amica australiana, perché lui è il direttore di un’altra banca dove volevo trasferire i miei soldi.
George - Vai avanti, pisella.
P - Quando presentai allo sportello il mio libretto mi sentii rispondere che il conto era vuoto. Dapprima non capii, non volevo capire. L’impiegato me lo dovette ripetere più volte prima che mi andasse giù. Poi me andai a sedere da qualche parte vicino alla cassa in preda a uno shock.
G – Magari ti sei anche fatta la pipì nelle mutande. E che cosa ti diedero come spiegazione il cassiere e la direttrice dell’agenzia?
P - La direttrice se ne venne fuori a dire che avrebbe guardato nel computer per capire esattamente quale transazione avesse avuto luogo e poi se ne venne di nuovo fuori con una cretinata sul fatto che era necessaria una mia a firma autenticata dal notaio, e perciò andassi a procurarmela. Naturalmente la direttrice mentiva, sapeva benissimo di avere il cartellino con la mia firma, solo cercava un modo per mandarmi via. Poi sempre la direttrice provò a inventare che forse il cartellino con la mia firma si trovava in un altro ufficio, ci trasferimmo in quest’altro ufficio e fu naturalmente solo una perdita di tempo. Così io ed Aydin ce ne andammo alla sua banca, per discutere il da farsi. Stavamo lì quando mi chiama Mustafà al telefonino e comincia ad abbaiare “Dove cazzo sei e che cazzo stai facendo…” e “Porta subito il culo a casa”. E così me ne tornai a casa, ad affrontare Mustafà che cominciò a fare il macho, ma lo cosa non funzionava,
così passò alla parte di quello che si mette a piangere, ma non funzionò neppure quella parte, e allora lui prese a dire, in tono rassicurante, che dovevo considerare le cose come se i miei soldi fossero ancora in banca sul mio conto._


 

ALTRI RACCONTINI CRAPS    Rapimento  Simferopoli       Nostalgia        Tappo colorato     Non pago   

 

 

 

Home | Cerca | Aneddoti | Frati e derivati | RACCONTI BREVI | Terza pagina | Testate famose | Inserzioni classiche | Surreale | Promozione


Per problemi o domande su questo sito Web contattare giovanni.dicristofano@tin.it.
Ultimo aggiornamento: 24-03-08.